Buona (forse) la seconda. O la terza. O nessuna.

 In Comunicazione

C’è una scena che si ripete, sempre uguale, quando mia moglie ed io ci troviamo a commentare una notizia di qualunque genere. “Claudio, hai visto che è successo?” mi fa lei, di volta in volta indignata, allarmata o magari divertita. “Mia cara, è una cazzata”, le rispondo in automatico. “Ma come, ci sono nomi e cognomi, luogo, descrizione del fatto…”. “Facciamo così, parliamone domani” concludo. Il giorno dopo, 90 su 100, ho gioco facile a dirle: “Hai visto come stavano le cose?”.

E’ andata esattamente così qualche giorno fa, mentre leggevamo della morte di un bellissimo pastore tedesco impiegato in operazioni di salvataggio nelle zone terremotate. “Ucciso Kaos, il cane eroe di Amatrice”, titolavano i giornali. Come poteva non colpire cuore e pancia una notizia del genere, che dopo qualche ora esplodeva in rete, generando le reazioni più infiammate e violente? Quanto grande e orribile può essere la viltà di un nostro simile che avvelena un cane, mi chiedevo io stesso alle prese con la più ovvia delle euristiche del coinvolgimento (Nausica, la nostra meravigliosa labrador, era intanto accucciata ai miei piedi)? C’è voluta una notevole capacità di razionalizzazione, vi assicuro, per farmi ripetere anche in quelle condizioni la frase fatidica: “Mia cara, è una cazzata”. Come poi si è dimostrato, visto che fino a stamattina si dava il povero Kaos come morto – forse – per un banale infarto, ora si dice che ha ingoiato una sostanza chimica usata in agricoltura, e domani chissà che cosa si dirà. Fino al dissolvimento progressivo e inesorabile della verità.

Provate a sperimentarlo, il mio metodo. Allenatevi a pensare e a dirvi – sempre – che la prima notizia che ricevete non è mai vera. E che più viene presentata come eclatante, violenta, scandalosa, sorprendente, meno corrisponde alla realtà. I fatti sono generalmente mediocri, anche – forse soprattutto – quando sono dolorosi o tragici. Mentre tutto quello che avviene un attimo dopo il fatto è solo una costruzione mentale artificiale, di cui noi umani abbiamo bisogno – perché siamo fatti per costruire racconti, mitizzare avvenimenti, immaginare storie – ma che nell’era della comunicazione globale e ubiqua dobbiamo imparare a governare con un minimo di discernimento.

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