Immigrazione, stormi di uccelli e mimetismo empatico

 In Comunicazione

Ultima solo in ordine di tempo, un’indagine dell’istituto Cattaneo di ieri conferma che gli italiani hanno un’idea molto distorta del numero di immigrati presenti nel paese: sono il 7% dell’intera popolazione, ma i nostri concittadini pensano che siano il 25%.  Mi pare superfluo sottolineare le ragioni di questa distorsione: se il tema dell’immigrazione è al centro del dibattito pubblico in tutte le forme possibili e immaginabili, i risultati di un qualsivoglia sondaggio non possono che essere questi. Ma scordatevi che sia possibile cambiare questo convincimento attraverso una campagna di riorientamento continua, “fino allo sfinimento”, come pare credere il mio amico Tommaso Labate.

Nessuna offensiva pedagogica in larga scala (e nessuna massiccia campagna politico-culturale) potrà convincere gli italiani che la realtà (ai loro occhi sgradevole) dell’immigrazione è diversa da quella che si sono ficcati in automatico nella testa. John Bargh (“A tua insaputa”, Bollati Boringhieri, 2017) spiega bene perché. Perché siamo degli imitatori nati, e senza saperlo. Il nostro cervello – per dirla all’ingrosso – è cablato per assorbire due diversi flussi di informazioni: uno serve alla comprensione e alla conoscenza, l’altro governa i comportamenti. Mentre il primo confluisce in un “estuario cosciente”, e ha bisogno di tempo per essere elaborato, il secondo agisce in maniera inconscia, automatica e immediata. E scatta con l’obiettivo ancestrale di farci sentire in sintonia con gli altri, attivando una continua “imitazione inconsapevole” che favorisce i legami e diventa un grande collante sociale, che agisce in particolare quando può farsi branco. Avete presente il volo di uno stormo di uccelli? Quei movimenti straordinariamente sincronizzati che ammiriamo stupefatti con il naso all’insù sono il frutto di queste connessioni innate e inconsapevoli tra percezione e comportamento, non il risultato di un lavoro svolto sotto la guida di un coreografo professionista (che nel nostro caso, per capirci, sarebbe il Salvini di turno…). Allo stesso modo agiamo anche noi umani quando rispondiamo alle sollecitazioni di indagini su temi “sensibili”, con l’aggravante che la nostra natura di animali sociali e condizionati viene oggi massimamente amplificata dalle bolle dei social media e di Internet.

Per questo serve a poco fare appello alla razionalità e alla mobilitazione per spiegare che in Italia non ci sono tutti gli immigrati che si pensa vi siano, che i veri problemi sono altri etc… Piuttosto sarebbe davvero utile lavorare a ogni livello – a partire da quello politico-mediatico – usando la tecnica del “mimetismo empatico”. Cioè prendendo le mosse dalla riproduzione dei comportamenti di “imitazione inconsapevole”, per comprendere le ragioni profonde che generano le credenze da contrastare/superare, i comportamenti che si intende superare, venendo incontro ai bias che li originano. Con l’obiettivo primario di stemperare le diffidenze, evitare le chiusure, i confronti muscolari muro contro muro. Qualcosa che ha molto a che fare con la antica maieutica socratica, più che con l’imposizione dall’alto di verità – per quanto indiscutibili – astratte e non comprese.

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