Perché i sondaggi sono inservibili

 In Comunicazione

Scrivo a botta calda, subito dopo la proiezione delle 16 (campione del 13% degli elettori) che ribalta l’instant-poll delle 15, e solo per parlarvi un attimo di come funzionano in Italia i sondaggi. Fino a ieri sera (domenica) e forse anche stamattina tutti i sondaggisti italiani (risparmiatemi l’elenco, nessuno è fuori; forse solo la Ghisleri, sondaggista di Berlusconi) si sono costantemente sentiti tra loro per concordare i numeri da dare, con lievi variazioni. Vi spiego perché.
Da tempo ormai immemorabile, gli strumenti con i quali i nostri istituti di ricerca lavorano sono inservibili. Malgrado gli sia cambiato il mondo intorno, continuano ad operare con il telefono fisso (che io, per esempio, non ho più in casa), non riescono ad individuare parametri accettabili di campionamento per la telefonia mobile, e altrettanto non riescono a fare con Internet. Quindi, sostanzialmente, brancolano nel buio nelle loro indagini. Possono solo trarre ispirazioni da calcoli probabilistici e, vagamente, dai trend, cioè dalle tendenze di medio-lungo periodo.
Tutto questo si innesta su una crescita progressiva della diffidenza da parte di chi risponde ai sondaggi. Gli italiani non dicono la verità a chi li interroga. E sul perché si può aprire una bella discussione. In sintesi, io penso che avvenga perché anche gli strumenti di indagine dell’opinione pubblica vengono considerati come parte di una sorta di Grande Casta, che comprende politici, giornalisti, studiosi, opinionisti, e così via, e che sta sulla testa della gente comune, della società che sta sotto. Che non conta e si ribella come può. Anche dicendo fregnacce alla fanciulla del call-center.
Se questa analisi è vera, gli italiani hanno tutte le ragioni. I sondaggi sono usati dai partiti solo per fare marketing, e i sondaggisti si prestano. Vengono pagati da un partito, e dicono quello che al partito interessa che si dica. Devono sopravvivere, e così si fanno pagare, poco e male, per dire cazzate.
Mentre per onestà dovrebbero dire: cari committenti (e cari italiani), non abbiamo strumenti di indagine dell’opinione pubblica all’altezza, siamo un paese arretrato, come negli altri comparti della modernità. Non abbiamo metodologie adeguate per capire e captare l’opinione pubblica, anche perché non c’è ricerca, non studiamo, non ci aggiorniamo.
Invece non lo fanno. E, per evitare penose brutte figure, si sentono tra loro concordando i dati. Facendo venire meno ogni forma di salutare concorrenza. Dando insieme, grosso modo, gli stessi numeri. Così le figure di merda se le dividono equamente. Tutti colpevoli, nessun colpevole. La prossima volta si ricomincia da capo. Stessi sondaggi, stessi sondaggisti, stesse sciocchezze.

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