Social onanisti e social populisti

 In Comunicazione

Il mio amico Antonio Iannamorelli ha scritto un pezzo molto interessante sulla lobbying in tempi giallo-verdi, spiegando, con dovizia di particolari, come si comporta in Parlamento la nuova maggioranza di governo e – di conseguenza – come è più opportuno che agiscano i portatori di interesse. Arrivando alla conclusione – lui lobbista parlamentare di antico e nobile conio – che oggi vanno sviluppate strategie di advocacy e di grassroots, le uniche che possano fare breccia nel centralismo democratico di stampo leninista imposto dal governo ai parlamentari della maggioranza. Cioè sviluppando – parlo ai non addetti ai lavori – azioni di mobilitazione dal basso, che convincano i decisori sulla bontà di un’iniziativa non a partire dalle sollecitazioni dei diretti portatori di interesse o dei loro rappresentanti, ma sulla base di opinioni e pulsioni veicolate in rete, attraverso terze parti, etc…

Nessuno più di me è d’accordo con questa tesi. Non faccio più il lobbista “tradizionale”, se così si può dire, perché da tempo convinto – da prima che nascesse il governo gialloverde – che ormai i decisori rispondono piuttosto passivamente a quello che ritengono pensino gli elettori, avendo smarrito ogni ambizione non dico pedagogica, ma di guida o quantomeno dialettica nei confronti delle loro basi. Per questo il problema è andare direttamente alla fonte, cercare di cambiare l’orientamento della gggente, a quel punto sperando che i decisori possano maturare atteggiamenti inclini all’ascolto dei diversi interessi.

Mi resta un dubbio sui canali da utilizzare per fare advocacy o grassroots. Antonio si dice d’accordo con il ruspante Morisi, social media manager di Salvini, che etichetta Twitter come il luogo dove si manifesta “l’onanismo collettivo di coloro che si ritengono classe dirigente”, concludendo che bisogna stare su Facebook o Instagram, dove c’è “il popolo”.  Sottolineando che non ci sono regole astratte in proposito, e detto che di volta in volta i canali più giusti – a mio avviso – sono quelli non battuti già da altri, ricordo a tutti noi che la battaglia contro la Casta, all’origine della progressiva deriva populista della democrazia italiana, è cominciata nel cuore dell’élite, dalle pagine del Corriere della Sera. Per rimettere ordine – un nuovo ordine – nei circuiti della rappresentanza e nei meccanismi decisionali, sarà il caso prima o poi – Twitter o non Twitter – che le cosiddette classi dirigenti siano richiamate in causa. Pensare che siano definitivamente uscite di scena o che se ne possa prescindere mi sembra quantomeno un’ingenuità.

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